Segni di fiducia malgrado tutto
In quasi tutte le città, l'azienda con più dipendenti è il Comune. Quasi tutte sono candidate l'una contro l'altra a capitale della cultura europea per il 2019, o a patrimonio mondiale dell'Unesco (quando non lo sono già). Le procure che indagano su politica e affari hanno una gran mole di lavoro, nel Sud clientelare come nel Nord leghista. I gruppi industriali quasi ovunque cercano di alleggerirsi anziché crescere. Eppure è possibile uscire da un lungo viaggio in Italia convinti che il Paese in qualche modo tenga, resista, e per alcuni versi sia più unito di prima, pronto a ripartire.
Certo, i segni della crisi sono evidenti. A cominciare dalla proliferazione delle insegne «compro oro» (una sorta di simbolo dell'Italia di oggi) e «tutto a un euro», delle slot machine, delle pizzerie al taglio dove talora anche nei quartieri borghesi si compra la cena per tutta la famiglia. E il segno più doloroso dell'impoverimento è il degrado dei rapporti umani, il diradarsi di quelle relazioni che rendevano bello e allegro vivere nei centri storici, oggi splendidamente recuperati ma meno abitati di un tempo: molti ristoranti sono pieni di televisori accesi, molti centri commerciali tengono la musica a tutto volume, come a disincentivare la comunicazione tra le persone. L'Italia appare un Paese di cattivo umore. Impaurito dal futuro, spaventato all'idea di spendere e investire, come conferma il dossier Eurisko.
Eppure il tessuto sociale tiene. C'è un'Italia che resiste. Il patrimonio di ricchezza privata resta imponente, e andrebbe (almeno in parte) messo a frutto. Il potenziale turistico rimane talvolta inespresso; anche perché, grazie agli investimenti pubblici e privati di questi anni, le nostre città non sono mai state così belle. Forse le prospettive future dipendono anche dal modo in cui pensiamo l'Italia. Tendiamo ad esempio a concentrare l'attenzione sulla dorsale tirrenica, dove ci sono le grandi città tra cui quelle impoverite dal declino dell'industria statale, come Genova e Napoli; e dimentichiamo la dorsale adriatica, da Trieste tornata centro geografico d'Europa ai cantieri di Venezia, dal miracolo rinnovato dei romagnoli che riescono a vendere - ieri ai tedeschi oggi ai russi - un mare non bellissimo al fervore dei marchigiani, sino alla vitalità della Puglia (che non è solo vizio e corruzione) e alla resistenza dell'Abruzzo.
È vero che il Paese rischia di diventare meno multicentrico di un tempo: le banche locali sono finite quasi tutte a Milano, l'impasse del federalismo riporta i centri decisionali a Roma. Ma nessuna nazione al mondo ha così tante città forti di una propria storia, una propria identità, una propria specificità (non a caso i sindaci, pur con i loro problemi, non sono stati travolti dal discredito generale dei partiti). È sempre stato così; ma in un mondo globale, che diventa sempre più uniforme, questa è una ricchezza ancora non del tutto valorizzata. L'importante è essere consapevoli di chi siamo; e ricordarcelo anche nell'ora più difficile.
Aldo Cazzullo
14 aprile 2012
sabato 14 aprile 2012
venerdì 13 aprile 2012
dal Corriere della sera
SOCIETÀ
Perché aumentano le diseguaglianze
Caro direttore, i dati sui salari diffusi da Eurostat hanno suscitato un'accesa discussione sulla performance italiana rispetto agli altri Paesi europei. Il dibattito ha fatto ombra ad un altro aspetto dello studio, recentemente certificato anche dall'Ocse: la crisi ha esacerbato un trend decennale di aumento della diseguaglianza. L'allargamento della forbice ha preso forme diverse. In alcuni Paesi, ad impoverirsi sono state le classi medie, mentre in altri (la Cina) sono stati i poverissimi. Ma ovunque la redistribuzione ha avvantaggiato i ricchi e soprattutto i ricchissimi. Ci sono ovviamente molti motivi di ordine etico e sociale per preoccuparsi di una società dove le diseguaglianze crescono in maniera costante. Ma questo crea problemi anche dal punto di vista dell'economia. La tendenza verso una maggiore disparità è come un movimento carsico, che negli scorsi decenni ha reso più fragili le nostre economie, causando l'accumularsi di squilibri globali: eccesso di risparmio in alcuni Paesi (Germania, Est asiatico), ed eccesso di domanda in alcuni altri (Stati Uniti, periferia della zona euro). Il trasferimento di risorse da poveri e classi medie, che spendevano in consumi la quasi totalità del proprio reddito, a quelle più agiate, che invece ne risparmiano una parte consistente, ha avuto due effetti: da un lato la riduzione della propensione media al consumo, e conseguentemente una tendenza al ristagno della domanda aggregata; dall'altro, l'aumento del risparmio che ha alimentato bolle speculative in serie.
Come si spiega tuttavia che lo stesso fenomeno, un aumento della diseguaglianza e la conseguente compressione della domanda aggregata, abbia portato in alcune zone ad eccessi di risparmio, e in altre ad eccessi di domanda? La risposta va ricercata nell'interazione di questa tendenza, comune a tutti i Paesi, con le differenze istituzionali, e con le risposte di politica economica che hanno invece preso forme estremamente diverse. Negli Usa la diminuzione del reddito è stata compensata dal ricorso all'indebitamento privato, favorito da un sistema finanziario sempre meno regolamentato. Conseguentemente la domanda aggregata (consumi e investimenti) è rimasta elevata, ma ad alimentarla era il debito e non i redditi. In Europa, regole più restrittive e politiche monetarie meno accomodanti hanno reso più difficile il ricorso all'indebitamento per famiglie e imprese, mentre i consumi pubblici erano vincolati da Maastricht e dal Patto di Stabilità; il risultato è stato un lungo periodo di crescita inferiore al potenziale. Per due decenni, la scelta è quindi stata tra la Scilla di una crescita drogata dal debito, e la Cariddi di un'economia stagnante o quasi.
Per ritornare a una crescita più bilanciata occorre incidere sulle cause profonde della crisi e cominciare a ridurre le diseguaglianze, invertendo la tendenza degli ultimi tre decenni. Si dovrebbe agire su più fronti: innanzitutto tornando a sistemi di tassazione più progressivi. In secondo luogo, a livello europeo, con un reale coordinamento delle politiche di tassazione, volto ad evitare la concorrenza fiscale, che sovente prendono la forma di forti riduzioni d'imposta sui redditi elevati. Occorrerebbe poi tornare a sviluppare il ruolo assicurativo dello stato sociale, con particolare attenzione agli ammortizzatori sociali. Infine, sarebbe auspicabile una rinnovata attenzione all'offerta di beni pubblici, in particolare quelli immateriali, come l'istruzione e la sanità. Nel loro insieme, queste misure ridurrebbero le diseguaglianze di reddito e di consumo, stabilizzando il ciclo economico e consentendo una crescita forse meno elevata, ma certamente più sostenibile ed equa.
Francesco Saraceno
12 aprile 2012 | 9:43
SOCIETÀ
Perché aumentano le diseguaglianze
Caro direttore, i dati sui salari diffusi da Eurostat hanno suscitato un'accesa discussione sulla performance italiana rispetto agli altri Paesi europei. Il dibattito ha fatto ombra ad un altro aspetto dello studio, recentemente certificato anche dall'Ocse: la crisi ha esacerbato un trend decennale di aumento della diseguaglianza. L'allargamento della forbice ha preso forme diverse. In alcuni Paesi, ad impoverirsi sono state le classi medie, mentre in altri (la Cina) sono stati i poverissimi. Ma ovunque la redistribuzione ha avvantaggiato i ricchi e soprattutto i ricchissimi. Ci sono ovviamente molti motivi di ordine etico e sociale per preoccuparsi di una società dove le diseguaglianze crescono in maniera costante. Ma questo crea problemi anche dal punto di vista dell'economia. La tendenza verso una maggiore disparità è come un movimento carsico, che negli scorsi decenni ha reso più fragili le nostre economie, causando l'accumularsi di squilibri globali: eccesso di risparmio in alcuni Paesi (Germania, Est asiatico), ed eccesso di domanda in alcuni altri (Stati Uniti, periferia della zona euro). Il trasferimento di risorse da poveri e classi medie, che spendevano in consumi la quasi totalità del proprio reddito, a quelle più agiate, che invece ne risparmiano una parte consistente, ha avuto due effetti: da un lato la riduzione della propensione media al consumo, e conseguentemente una tendenza al ristagno della domanda aggregata; dall'altro, l'aumento del risparmio che ha alimentato bolle speculative in serie.
Come si spiega tuttavia che lo stesso fenomeno, un aumento della diseguaglianza e la conseguente compressione della domanda aggregata, abbia portato in alcune zone ad eccessi di risparmio, e in altre ad eccessi di domanda? La risposta va ricercata nell'interazione di questa tendenza, comune a tutti i Paesi, con le differenze istituzionali, e con le risposte di politica economica che hanno invece preso forme estremamente diverse. Negli Usa la diminuzione del reddito è stata compensata dal ricorso all'indebitamento privato, favorito da un sistema finanziario sempre meno regolamentato. Conseguentemente la domanda aggregata (consumi e investimenti) è rimasta elevata, ma ad alimentarla era il debito e non i redditi. In Europa, regole più restrittive e politiche monetarie meno accomodanti hanno reso più difficile il ricorso all'indebitamento per famiglie e imprese, mentre i consumi pubblici erano vincolati da Maastricht e dal Patto di Stabilità; il risultato è stato un lungo periodo di crescita inferiore al potenziale. Per due decenni, la scelta è quindi stata tra la Scilla di una crescita drogata dal debito, e la Cariddi di un'economia stagnante o quasi.
Per ritornare a una crescita più bilanciata occorre incidere sulle cause profonde della crisi e cominciare a ridurre le diseguaglianze, invertendo la tendenza degli ultimi tre decenni. Si dovrebbe agire su più fronti: innanzitutto tornando a sistemi di tassazione più progressivi. In secondo luogo, a livello europeo, con un reale coordinamento delle politiche di tassazione, volto ad evitare la concorrenza fiscale, che sovente prendono la forma di forti riduzioni d'imposta sui redditi elevati. Occorrerebbe poi tornare a sviluppare il ruolo assicurativo dello stato sociale, con particolare attenzione agli ammortizzatori sociali. Infine, sarebbe auspicabile una rinnovata attenzione all'offerta di beni pubblici, in particolare quelli immateriali, come l'istruzione e la sanità. Nel loro insieme, queste misure ridurrebbero le diseguaglianze di reddito e di consumo, stabilizzando il ciclo economico e consentendo una crescita forse meno elevata, ma certamente più sostenibile ed equa.
Francesco Saraceno
12 aprile 2012 | 9:43
mercoledì 21 settembre 2011
Diventare contadini 2.0
Grow the planet, un sito creato da una start up tutta italiana insegna a coltivare piante e relazioni
MILANO - Un social network dalle finalità educative. O un modo per diventare dei contadini 2.0. Si chiama Grow the planet ed è il sito creato da una start up italiana che si è distinta al TechCrunch Disrupt di San Francisco. Due le finalità principali del sito che è tuttavia ancora alla versione beta: da un lato imparare a coltivare e riuscire a poter seguire il proprio orto e la crescita delle proprie piante sul pc, dall'altra quella di creare un network di utenti identificato su una mappa in modo che chi vuole possa eventualmente effettuare acquisti di prodotti ortofrutticoli a non più di una trentina di km di distanza.
GEOLOCALIZZAZIONE - Attraverso una funzione di geolocalizzazione è poi possibile cercare amici, clienti, scambiare, vendere e acquistare i prodotti della terra su filiere quasi a km zero, seguendo i criteri dell'economia sostenibile. Ma anche se nel nostro Paese non dovesse prendere piede un social network di coltivatori, per tutti i problemi fiscali e no legati alla vendita diretta, la visione del sito può aiutare a diventare contadini più consapevoli e a stabilire relazioni con chi fa il nostro stesso lavoro o ha il nostro stesso hobby.
Redazione Online corriere.it
16 settembre 2011 15:59
MILANO - Un social network dalle finalità educative. O un modo per diventare dei contadini 2.0. Si chiama Grow the planet ed è il sito creato da una start up italiana che si è distinta al TechCrunch Disrupt di San Francisco. Due le finalità principali del sito che è tuttavia ancora alla versione beta: da un lato imparare a coltivare e riuscire a poter seguire il proprio orto e la crescita delle proprie piante sul pc, dall'altra quella di creare un network di utenti identificato su una mappa in modo che chi vuole possa eventualmente effettuare acquisti di prodotti ortofrutticoli a non più di una trentina di km di distanza.
GEOLOCALIZZAZIONE - Attraverso una funzione di geolocalizzazione è poi possibile cercare amici, clienti, scambiare, vendere e acquistare i prodotti della terra su filiere quasi a km zero, seguendo i criteri dell'economia sostenibile. Ma anche se nel nostro Paese non dovesse prendere piede un social network di coltivatori, per tutti i problemi fiscali e no legati alla vendita diretta, la visione del sito può aiutare a diventare contadini più consapevoli e a stabilire relazioni con chi fa il nostro stesso lavoro o ha il nostro stesso hobby.
Redazione Online corriere.it
16 settembre 2011 15:59
venerdì 2 settembre 2011
Manovra: l'equivoco bipartisan
IRENE TINAGLI
Continua l’altalena sulla manovra, che ormai cambia forma di ora in ora. Un teatrino che ha fatto emergere tutta l’inaffidabilità di chi oggi ci governa, un'inadeguatezza che molti osservatori non hanno mancato di puntualizzare. Eppure, a ben vedere, c’è qualcosa di ancora più inquietante delle incertezze e le incompetenze della maggioranza venute alla luce in queste settimane. Ed è il dover constatare che anche tra le forze politiche e sociali non allineate con il governo si annidano problemi del tutto analoghi.
Persino la contromanovra del Pd è uscita dalla segreteria piuttosto pasticciata, estremamente vaga e insufficiente, e subito silurata anche da fonti normalmente amiche. E così anch’essa ha subito aggiustamenti e limature, e molti aspetti restano ancora confusi, soprattutto sui criteri della patrimoniale che il Pd vorrebbe introdurre. Forse sono ancora lì a fare i conti su quanta fetta del loro elettorato potrebbero scontentare se la soglia fosse un po’ più alta o più bassa.
Ed è proprio questa la cosa che colpisce e spaventa: che ogni parte politica in questo momento, sia essa di governo o di opposizione, sembra preoccuparsi più del rapporto col proprio elettorato che della credibilità del Paese di fronte agli osservatori stranieri e ai propri cittadini.
L’ esempio più lampante è la nota questione della retroattività di alcune delle misure proposte sia dal governo che dall’opposizione. Proprio ieri la maggioranza ha avanzato una proposta che avrebbe annullato il riscatto ai fini pensionistici degli anni universitari e del militare, anche laddove il «riscatto» fosse già stato pagato. L’idea è stata ritirata dopo poche ore, ma la querelle si è scatenata subito. L’opposizione, criticata nei giorni scorsi per la sua idea di ri-tassare i capitali scudati l’anno scorso, ha gridato allo scandalo perché il governo preferiva «rimangiarsi la parola» con alcuni poveri cittadini piuttosto che farlo con i ricconi e con chi in passato ha eluso il fisco, cosa che pareva assai più giusta. Ma il punto non è se sia più accettabile e giustificabile colpire con punizioni retroattive un ricco o un povero, uno che non ha sgarrato mai o uno che è stato condonato. Il punto è che il rapporto tra Stato e cittadino deve essere improntato a leggi certe e uguali per tutti, chiunque essi siano. Il fatto che una legge potesse essere fatta meglio è un altro discorso e non rende comunque quella legge meno vincolante (e su questo aspetto si potrebbero ricordare al Pd quei suoi 22 parlamentari assenti il giorno in cui lo scudo venne votato; assenti perché, come spiegò D’Alema, nessuno aveva detto loro che era una votazione importante).
E’ assai preoccupante che sia governo che opposizione non si pongano problemi nell’infrangere il rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, privilegiando ad esso il rapporto con i propri elettori. E non c’è dubbio che questo sia ciò che sta accadendo in questi giorni, ne sono prova persino le dichiarazioni con cui Berlusconi ha annunciato le ultime modifiche alla proposta sulle pensioni. Berlusconi, infatti, non ha addotto a motivo del passo indietro l’incorrettezza di una norma che avrebbe colpito retroattivamente persone che avevano già sostenuto scelte e costi, ma ha ammesso candidamente che non pensavano che avrebbe colpito così tante persone. Insomma, la priorità non è tanto la correttezza o lungimiranza delle proposte, ma quanti voti fanno perdere. Non sorprende quindi che in questi giorni ogni gruppo alzi la voce, dai medici ai magistrati ai pensionati, perché ormai tutti hanno capito che funziona così.
Gi effetti di questo approccio, che da tempo ormai dilaga tanto a destra quanto a sinistra, sono sotto gli occhi di tutti. E non riguardano soltanto i danni legati alla nostra stabilità economica, ma anche quelli legati ad un popolo che ormai non viene più stimolato ad avere una grande idea di Paese in testa, ma solo una piccola calcolatrice in tasca.
Continua l’altalena sulla manovra, che ormai cambia forma di ora in ora. Un teatrino che ha fatto emergere tutta l’inaffidabilità di chi oggi ci governa, un'inadeguatezza che molti osservatori non hanno mancato di puntualizzare. Eppure, a ben vedere, c’è qualcosa di ancora più inquietante delle incertezze e le incompetenze della maggioranza venute alla luce in queste settimane. Ed è il dover constatare che anche tra le forze politiche e sociali non allineate con il governo si annidano problemi del tutto analoghi.
Persino la contromanovra del Pd è uscita dalla segreteria piuttosto pasticciata, estremamente vaga e insufficiente, e subito silurata anche da fonti normalmente amiche. E così anch’essa ha subito aggiustamenti e limature, e molti aspetti restano ancora confusi, soprattutto sui criteri della patrimoniale che il Pd vorrebbe introdurre. Forse sono ancora lì a fare i conti su quanta fetta del loro elettorato potrebbero scontentare se la soglia fosse un po’ più alta o più bassa.
Ed è proprio questa la cosa che colpisce e spaventa: che ogni parte politica in questo momento, sia essa di governo o di opposizione, sembra preoccuparsi più del rapporto col proprio elettorato che della credibilità del Paese di fronte agli osservatori stranieri e ai propri cittadini.
L’ esempio più lampante è la nota questione della retroattività di alcune delle misure proposte sia dal governo che dall’opposizione. Proprio ieri la maggioranza ha avanzato una proposta che avrebbe annullato il riscatto ai fini pensionistici degli anni universitari e del militare, anche laddove il «riscatto» fosse già stato pagato. L’idea è stata ritirata dopo poche ore, ma la querelle si è scatenata subito. L’opposizione, criticata nei giorni scorsi per la sua idea di ri-tassare i capitali scudati l’anno scorso, ha gridato allo scandalo perché il governo preferiva «rimangiarsi la parola» con alcuni poveri cittadini piuttosto che farlo con i ricconi e con chi in passato ha eluso il fisco, cosa che pareva assai più giusta. Ma il punto non è se sia più accettabile e giustificabile colpire con punizioni retroattive un ricco o un povero, uno che non ha sgarrato mai o uno che è stato condonato. Il punto è che il rapporto tra Stato e cittadino deve essere improntato a leggi certe e uguali per tutti, chiunque essi siano. Il fatto che una legge potesse essere fatta meglio è un altro discorso e non rende comunque quella legge meno vincolante (e su questo aspetto si potrebbero ricordare al Pd quei suoi 22 parlamentari assenti il giorno in cui lo scudo venne votato; assenti perché, come spiegò D’Alema, nessuno aveva detto loro che era una votazione importante).
E’ assai preoccupante che sia governo che opposizione non si pongano problemi nell’infrangere il rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, privilegiando ad esso il rapporto con i propri elettori. E non c’è dubbio che questo sia ciò che sta accadendo in questi giorni, ne sono prova persino le dichiarazioni con cui Berlusconi ha annunciato le ultime modifiche alla proposta sulle pensioni. Berlusconi, infatti, non ha addotto a motivo del passo indietro l’incorrettezza di una norma che avrebbe colpito retroattivamente persone che avevano già sostenuto scelte e costi, ma ha ammesso candidamente che non pensavano che avrebbe colpito così tante persone. Insomma, la priorità non è tanto la correttezza o lungimiranza delle proposte, ma quanti voti fanno perdere. Non sorprende quindi che in questi giorni ogni gruppo alzi la voce, dai medici ai magistrati ai pensionati, perché ormai tutti hanno capito che funziona così.
Gi effetti di questo approccio, che da tempo ormai dilaga tanto a destra quanto a sinistra, sono sotto gli occhi di tutti. E non riguardano soltanto i danni legati alla nostra stabilità economica, ma anche quelli legati ad un popolo che ormai non viene più stimolato ad avere una grande idea di Paese in testa, ma solo una piccola calcolatrice in tasca.
martedì 16 agosto 2011
La fine del mondo c'è già stata, noi siamo ciò che resta
La nostra è l’unica specie umana
sopravvissuta tra quelle
esistenti 40 mila anni fa
TELMO PIEVANI
Fra cinque miliardi di anni il Sole esaurirà il suo combustibile e si espanderà in una gigante rossa travolgendo la fragile teoria dei suoi pianeti. Ma forse già prima la nostra galassia avrà iniziato a scontrarsi con quella di Andromeda, in una meravigliosa danza stellare che durerà milioni di anni e alla quale nessun umano, forse, potrà assistere. La specie umana, secondo i parametri evoluzionistici, è ancora una bambina: ha «soltanto» 190-180 mila anni. Non solo, essa è rimasta l’unica su questo pianeta da pochissimo tempo, da quando cioè si sono estinte le altre specie umane che popolavano il globo. Secondo i dati più recenti, se un ipotetico osservatore fosse caduto sul nostro pianeta soltanto 40 mila anni fa - una minuscola parentesi del tempo evolutivo - avrebbe incontrato almeno quattro specie umane: i nostri predecessori sapiens, sparsi in tutto il Vecchio Mondo e in Australia, dopo ripetute uscite dall’Africa; i robusti e intelligenti Neandertal, in Europa e Asia occidentale; l’ominino pigmeo dell’isola di Flores, in Indonesia; e il misterioso Homo di Denisova, sui Monti Altai, di cui conosciamo soltanto pochi resti ossei e frammenti del codice genetico.
Perché allora siamo rimasti soli, e così di recente? Forse nel nostro inizio, tanto espansivo e ingombrante, era già scritta la fine degli alter ego umani. E pensare che noi mammiferi non ci saremmo diversificati in questo modo se i dinosauri (tranne i loro discendenti uccelli) non fossero stati sorpresi da una ben nota catastrofe da impatto, entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ma spesso non si ricorda che a loro volta i dinosauri erano i discendenti fortunati di altre «estinzioni di massa» che avevano travolto i dominatori dell’era precedente. Mai dormire sugli allori: nell’evoluzione, la fine del mondo di qualcuno è l’inizio del mondo di qualcun altro.
Secondo uno dei massimi esperti in materia, il paleontologo Michael J. Benton, in almeno un frangente, alla fine del Permiano, per un pelo la Terra non l’ha fatta finita una volta per tutte con i suoi abitanti: a seguito di un’ecatombe senza precedenti, causata da eruzioni vulcaniche su larga scala, si estinsero il 90% degli organismi marini e il 70% di quelli terrestri. Nella desolazione che seguì, i pochi sopravvissuti impiegarono milioni di anni per riprendersi e per tornare a diversificarsi. Dunque la fine del mondo c’è già stata, in più occasioni, e ogni volta tutto è ricominciato.
Detto ciò, è pur vero che nel breve arco di tempo che ci separa dalla nostra nascita africana solo noi abbiamo scatenato un’evoluzione culturale e tecnologica rapidissima, tanto che qualcuno pensa che la prossima volta l'asteroide saremo noi. In effetti, contando quante specie abbiamo condotto all'estinzione alterando e distruggendo gli ecosistemi finora, il tasso di decimazione è paragonabile a quello delle cinque maggiori estinzioni di massa del passato. I più pessimisti pensano che questa «sesta estinzione» si tradurrà prima o poi in un’auto-estinzione: saremo i primi a segare da soli il ramoscello evolutivo su cui poggiamo, una poco encomiabile impresa alla quale assisteranno perplessi insetti, batteri e altre specie di successo.
I fattori solitamente indicati come possibili cause della fine sono numerosi, alcuni più fantasiosi, altri meno: dall’idea di un’intelligenza artificiale che si rivolge contro il genere umano, alla collisione della Terra con una cometa, dal rischio di una pandemia improvvisa e definitiva, agli attacchi terroristici. E poi ancora, guerre nucleari e biologiche, improvvise glaciazioni, ma soprattutto crisi climatiche. Ad accompagnare la discussione, gli aspetti più etici e filosofici del problema: qual è la nostra responsabilità qui e ora per una catastrofe che si potrebbe verificare in un lontano domani? Siamo capaci di un investimento etico per un esito così lontano nello spazio e nel tempo, i cui beneficiari saranno persone sconosciute e di generazioni a venire? Perché molte civiltà e culture in passato sono andate incontro al loro collasso senza fermarsi prima, ignorando segnali evidenti di crisi? E poi, come sarà il mondo quando la specie umana non ci sarà più? Stando alle proiezioni più affidabili, sarebbe un rifiorire di biodiversità.
Sapere che la fine del mondo c’è già stata, e che noi siamo in equilibrio come surfisti su ciò che resta dell’ultima, potrebbe aiutarci a rendere un po’ più sobrio e positivo il nostro punto di vista. In virtù del principio (a noi italiani peraltro familiare) in base al quale ci si rimbocca le maniche solo quando il rischio è palese e imminente, alcuni scienziati e filosofi difendono oggi la più ottimistica possibilità escatologica secondo cui la giovane specie sapiens sopravvivrà a lungo e magari si diffonderà nella nostra e in altre galassie poco prima che la Terra divenga inospitale. Se poi questo sarà un bene o meno per le altre galassie, è tema per i post-apocalittici che sopravvivranno alla fine del mondo immaginaria del 2012.
sopravvissuta tra quelle
esistenti 40 mila anni fa
TELMO PIEVANI
Fra cinque miliardi di anni il Sole esaurirà il suo combustibile e si espanderà in una gigante rossa travolgendo la fragile teoria dei suoi pianeti. Ma forse già prima la nostra galassia avrà iniziato a scontrarsi con quella di Andromeda, in una meravigliosa danza stellare che durerà milioni di anni e alla quale nessun umano, forse, potrà assistere. La specie umana, secondo i parametri evoluzionistici, è ancora una bambina: ha «soltanto» 190-180 mila anni. Non solo, essa è rimasta l’unica su questo pianeta da pochissimo tempo, da quando cioè si sono estinte le altre specie umane che popolavano il globo. Secondo i dati più recenti, se un ipotetico osservatore fosse caduto sul nostro pianeta soltanto 40 mila anni fa - una minuscola parentesi del tempo evolutivo - avrebbe incontrato almeno quattro specie umane: i nostri predecessori sapiens, sparsi in tutto il Vecchio Mondo e in Australia, dopo ripetute uscite dall’Africa; i robusti e intelligenti Neandertal, in Europa e Asia occidentale; l’ominino pigmeo dell’isola di Flores, in Indonesia; e il misterioso Homo di Denisova, sui Monti Altai, di cui conosciamo soltanto pochi resti ossei e frammenti del codice genetico.
Perché allora siamo rimasti soli, e così di recente? Forse nel nostro inizio, tanto espansivo e ingombrante, era già scritta la fine degli alter ego umani. E pensare che noi mammiferi non ci saremmo diversificati in questo modo se i dinosauri (tranne i loro discendenti uccelli) non fossero stati sorpresi da una ben nota catastrofe da impatto, entrata ormai nell’immaginario collettivo. Ma spesso non si ricorda che a loro volta i dinosauri erano i discendenti fortunati di altre «estinzioni di massa» che avevano travolto i dominatori dell’era precedente. Mai dormire sugli allori: nell’evoluzione, la fine del mondo di qualcuno è l’inizio del mondo di qualcun altro.
Secondo uno dei massimi esperti in materia, il paleontologo Michael J. Benton, in almeno un frangente, alla fine del Permiano, per un pelo la Terra non l’ha fatta finita una volta per tutte con i suoi abitanti: a seguito di un’ecatombe senza precedenti, causata da eruzioni vulcaniche su larga scala, si estinsero il 90% degli organismi marini e il 70% di quelli terrestri. Nella desolazione che seguì, i pochi sopravvissuti impiegarono milioni di anni per riprendersi e per tornare a diversificarsi. Dunque la fine del mondo c’è già stata, in più occasioni, e ogni volta tutto è ricominciato.
Detto ciò, è pur vero che nel breve arco di tempo che ci separa dalla nostra nascita africana solo noi abbiamo scatenato un’evoluzione culturale e tecnologica rapidissima, tanto che qualcuno pensa che la prossima volta l'asteroide saremo noi. In effetti, contando quante specie abbiamo condotto all'estinzione alterando e distruggendo gli ecosistemi finora, il tasso di decimazione è paragonabile a quello delle cinque maggiori estinzioni di massa del passato. I più pessimisti pensano che questa «sesta estinzione» si tradurrà prima o poi in un’auto-estinzione: saremo i primi a segare da soli il ramoscello evolutivo su cui poggiamo, una poco encomiabile impresa alla quale assisteranno perplessi insetti, batteri e altre specie di successo.
I fattori solitamente indicati come possibili cause della fine sono numerosi, alcuni più fantasiosi, altri meno: dall’idea di un’intelligenza artificiale che si rivolge contro il genere umano, alla collisione della Terra con una cometa, dal rischio di una pandemia improvvisa e definitiva, agli attacchi terroristici. E poi ancora, guerre nucleari e biologiche, improvvise glaciazioni, ma soprattutto crisi climatiche. Ad accompagnare la discussione, gli aspetti più etici e filosofici del problema: qual è la nostra responsabilità qui e ora per una catastrofe che si potrebbe verificare in un lontano domani? Siamo capaci di un investimento etico per un esito così lontano nello spazio e nel tempo, i cui beneficiari saranno persone sconosciute e di generazioni a venire? Perché molte civiltà e culture in passato sono andate incontro al loro collasso senza fermarsi prima, ignorando segnali evidenti di crisi? E poi, come sarà il mondo quando la specie umana non ci sarà più? Stando alle proiezioni più affidabili, sarebbe un rifiorire di biodiversità.
Sapere che la fine del mondo c’è già stata, e che noi siamo in equilibrio come surfisti su ciò che resta dell’ultima, potrebbe aiutarci a rendere un po’ più sobrio e positivo il nostro punto di vista. In virtù del principio (a noi italiani peraltro familiare) in base al quale ci si rimbocca le maniche solo quando il rischio è palese e imminente, alcuni scienziati e filosofi difendono oggi la più ottimistica possibilità escatologica secondo cui la giovane specie sapiens sopravvivrà a lungo e magari si diffonderà nella nostra e in altre galassie poco prima che la Terra divenga inospitale. Se poi questo sarà un bene o meno per le altre galassie, è tema per i post-apocalittici che sopravvivranno alla fine del mondo immaginaria del 2012.
domenica 12 giugno 2011
Finanziamenti personalizzati e master/training, così si supportano le migliori start-up
MILANO – Nelle considerazioni finali del governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, prossimo a salire sullo scranno più alto della Bce, la parole chiave è stata innovazione. Lo ha ripetuto come un mantra anche la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, secondo cui dalla crisi si uscirà soltanto puntando sulla ricerca e sviluppo e sui Paesi emergenti. E l'Italia, da sempre considerata una best-practice per la vitalità e il rischio d'impresa, il principale ostacolo alla progettualità dei giovani che intendano mettersi in proprio è ottenere finanziamenti. Le banche centellinano il credito, sottoposte a requisiti di patrimonializzazione più stringenti dettati dalla road-map di Basilea 3 e, proprio per questo, alle prese con la necessità di varare aumenti di capitale con il beneplacito delle fondazioni-azioniste. Ecco perché – per limitare l'effetto credit crunch – i giovani di Confindustria e Unicredit promuovono la seconda edizione del “Talento delle Idee”.
Fabio Savelli
10 giugno 2011
Fabio Savelli
10 giugno 2011
giovedì 30 aprile 2009
lo human resource management nell'impresa: percorso evolutivo

La nascita e lo sviluppo di una funzione specificatamente dedicata alla gestione delle risorse umane sono strettamente associati all'affermarsi del sistema industriale negli USA e in Europa nei primi decenni del novecento.
E' con lo sviluppo industriale che l'industria concentra in luoghi limitati grandi quantità di energia, macchine, uomini e si manifesta la necessità di coordinare tali fattori, dividere il lavoro,dirigere l'attività dei singoli individui o gruppi e controllare che gli sforzi siano orientati verso un obiettivo comune.
E' nell'impresa fordista di grandi dimensioni che si sviluppano competenze distintive specifiche e prende corpo la funzione di direzione del personale (DIPER ).
Quindi, il know-how della DIPER si sviluppa soprattuttto nelle grandi imprese perchè in esse, l'organizzazione articolata e complessa, rischia di far perdere di vista, a manager e lavoratori,gli obiettivi generali.
Tuttavia, allo svilupparsi della funzione concorrono numerosi fattori:
- legislazione del lavoro vincolante per l'azienda
-rafforzzarsi delle organizzazioni sindacali
-maggiori diritti civili e sociali degli individui
-innovazione tecnologica
da Boldizzoni "Management delle risorse umane" il sole 24 ore
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